Mauro Montacchiesi: il D'Annunzio del Labirintismo

del prof. Massimiliano Badiali

Labirintismo di Mauro Montacchiesi è sincresi e eidon di un mondo di immagini: è un deposito della memoria, un engramma, derivato dalla condensazione di innumerevoli esperienze subconscie del poeta, di un ego ormai schizoide e dissociato, di un irresoluto Ulisse, incalzato dai propri sommovimenti interiori. Il suo viaggio nel labirinto è, dunque, un iter mentis, che si attua nella perdita della superficie, nel dedalo della percezione attraverso una scrittura ricca di continui echi e rifrazioni su se stessa, ebbra di incastri e di raddoppi che conducono alla propagazione di un orizzonte ostruito o reiterato, che compone e ricompatta anularmente il cammino dell’io nel dedalo. La dimensione poetica diviene circolare, indistinta fra interno ed esterno (per gli incastri mente-cuore, i cerchi ragione-fede), poiché esemplifica gli affondamenti nell’universale voragine del nulla e la concezione di assurda casualità e impenetrabilità del reale.

Ogni grafema e morfema scritturale è intarsio irripetibile del puzzle della coscienza, poiché l’io del poeta risale dal proprio microcosmo anulare e diventa protagonista di un’avventura onirico-metafisico-estatico-esoterica : l’avventura panica e mitica di Teseo. Un nuovo Ulisse, che canta la teoria della relatività d Einstein dittico dell’hic et nunc e  il principio di incertezza o indeterminazione di Heisenberg. La poesia labirintista montacchiesiana nasce, dunque, dalla percezione del caos, per cui il viaggio iniziatico-propiziatorio del nuovo Teseo labirintista avviene in un mondo chiuso, anulare e delirante fra i ricordi, oppresso da un senso di clausura che nasce dall’isolamento e dallo spazio ambiguo, percepito come qualcosa di soffocante, in un’attesa stagnante ed anulare, incarnazione di un’esistenza perennemente delusa, le cui dimensioni spazio-temporali conducono irridentemente al nulla. L’orizzonte poetico, inoltre, appare sull’orlo di due voragini, quella del dedalo esterno (o mondo), quella del dedalo interno (o io). Il viaggio iniziatico del nuovo Teseo montacchesiano è un eterno ritorno nel meandro interiore dell’Ego e l’Es, nella razionalità e nel sentimento: è un iter come catabasi (o come discesa dall’alto al basso nel labirinto dell’Es con l’intelletto e apparente risalita con il linguaggio) e come anabasi (o come viaggio dell’io nel labirinto dell’Ego da una direzione e da una superficie all’altra del cuore, nonché l’eterno ritorno al punto di partenzam come anelito accorato di fuoriuscita attraverso la fede), di due piani opposti in verticale e in orizzontale, di ragione e cuore,  senza tangenza alcuna, privi di qualsivoglia punto d’incontro, ma a direzione concentrica e infinita.  Di un fiore di Venus, incipit della silloge, ove il poeta esprime a chiare lettere la razionale discesa nel labirinto, è l’esposizione programmatica del viaggio come catabasi:

  

Lentamente lascio calare le palpebre.

La mia mente inizia la sua catabasi,

inizia a percorrere le profonde, tortuose anse,

dei segreti, impenetrabili sentieri del mio labirinto.

La mia mente non vede, la mia mente ha percezioni

oggettivamente icastiche di quella realtà che non vede.

 

 

Sinestesie, enjembement, arcaicismi e neologismi rendono il linguaggio delle liriche un geroglifico da interpretare, puzzle del labirinto da ricomporre: mélange di onirismo (Spettri muti) e di apocatastasi (Nell’essenza del nulla). Un processo razionale, attraverso cui, il poeta riveste fastosamente il linguaggio, tale da poter essere denominato Labirintismo estetizzante. Tale commistione creativamente geniale di tradizione e modernità diviene un puro virtuosismo etimologico, eziologico e semantico, attraverso un  sperimentalismo tale che consente di denominare Mauro Montacchiesi il D’Annunzio del Labirintismo. Un linguaggio innovativo che riporta l’Olimpo nella contemporaneità, come nella poesia Un sofocleo atelantropo, ove Kirk rima gozzanamente con quid:

 

Tra utopia e chimera,

tento un’endoscopia del mio labirinto

e lì mi vedo come una stella nana,

compagna di viaggio

di una stella che non ha mai brillato!

E lì mi vedo come la deflagrazione

di un Big Bang che non si è mai espanso!

Sentimenti, pensieri, volontà:

sono elementi alieni al mio labirinto,

forse mai geneticamente immanenti!

E lì mi vedo, come Kirk,

il Comandante di un’ Enterprise mai costruita,

che naviga, senza navigare,

in un cosmo mai generato,

che naviga, senza navigare,

nelle psichedelie di un metempirico quid,

che ha fatto di me un sofocleo atelantropo!

 

Il labirinto è razionale dannazione e eterno dolore, poiché è “alienazione farneticante di un cosmo abiotico (….)E’ un’utopia, uno xenòide(*), un ossimoro(*) esistenziale, che pensa senza pensare, che sente senza sentire, che piange senza piangere! (Ma allora, chi?) ed è soffocamento apnoico e limitazione cognitiva.

L’anabasi si presenta, invece, come il viaggio concentrico del cuore del poeta su se stesso:  è il Labirintismo interiorizzato o  il diario intimo della ricerca di un equilibrio di un animo prigioniero di uno spleen, concentrico, ellittico e esoterico nel dedalo del labirinto dell’Ego. Le liriche dell’anabasi sono l’iter nell’inconscio, ove il daimon del nuovo Teseo, pur navigando senza bussola tra spettri e tra amnesie (Vascello fantasma), ebbro di repulsione e disgusto (Ma cos’è la stucchevolezza), sembra raggiungere per un attimo il punto zero dell’equilibrio nel dedalo della coscienza : “Rileggo poesie/ che avevo dimenticato!/ Riaffiorano momenti, sensazioni che mi avevano turbato!/ Rivivo un amore scomparso!/ Tutto diventa adesso indistinto/ nei meandri del mio labirinto! “(Rileggo Poesie), attraverso un’onesta autoanalisi inconscia: “Qualcuno mi ha obbligato ad entrare nel mio corpo/ per dare struttura al mio labirinto,/ senza che io abbia fatto qualcosa ,/ senza che io ne abbia dato il consenso!” (Come in una glauca notte). Il Labirintismo interiorizzato diviene, al contempo, anabasi di delirium tremens, di iperuranio  e di metempsicosi: “Il mio labirinto sembra/ il tourbillon di un inchiostro di pece,/ il delirium tremens steroide. /la rotazione illusoria/ che circonda l’assenza di materia,/ e in quest’assenza di materia,/rimangono paradossalmente sospese/ le sue platoniche anamnèsi/ le sue idee,/ a lungo meditate nell’iperuranio,/ prima di questa nuova metempsicosi! (Come in un turbine)”;  è  poesia pura:  “Il mio labirinto,/ è un asse di rotazione/ che su sé stesso come una trottola prilla,/ solo in virtù di un’asimmetria delle sue cupe voragini (Come una trottola)”. Il viaggio dell’anabasi è, inoltre, ricerca metafisica e epifanica , come espresso In quegli antri streptocori : “Nel mio labirinto/ del mio unico Dio del mio Dio universale/ epifania mai v’è stata”, nonché una ricostruzione mnesica nel dedalo esistenziale, come leggiamo in Anabasi:

Anabasi di un urlo agghiacciante

klimax che flebile nasce da

imi precordi d’ un labirinto plumbeo

urlo agghiacciante

che invade la mente

la mente

fiume abiotico velato di bruma

urlo agghiacciante

che rompe gli argini

che si aderge libero impetuoso

nell’etra priva di voci di suoni

nell’etra muta

urlo agghiacciante

finalmente libero dai limiti asfittici della materia

urlo agghiacciante

sinapsi tra

imi precordi d’ un labirinto plumbeo.

 

Dentro il cerchio del labirinto, il poeta ha creato il suo universo, dove illusione e disillusione convivono in disarmonica complementarità in armonie opposte e in dure avversioni, che designano la claustrofobica e centripeta condizione di un animo che volutamente si chiude nel triangolo dedalico dell’Es. Fuoriuscire dall’inconscio della soffitta chiusa diviene talvolta un’irrefrenabile e inconscia volontà dell’animo del poeta. Una forza centrifuga lo libera dal finito del cerchio della anabasi e dalla claustrofobia del triangolo dell’anabasi, quando la ricerca dell’infinito diviene ossessione opprimente dell’animo, prigioniero platonico di un corpo che non gli consente di sentire o meglio di cosentire. In questo labirinto umano di desolazione, il poeta ammette a se stesso che il suo microcosmo dedalico a forma circolare è sinodo di vuoto cosmico e di consapevoli e inevitabili, anche se subitanee, illusioni. Ed è allora che dal microcosmo circolare e meandrico che l’animo cerca di fuoriuscire per affrontare la disarmonia del caos e il dolore arcano della condizione universale, ma qualsiasi anabasi o catabasi implicano un eterno ritorno al punto iniziale : l’uscita, dunque, non è che l’entrata, tanto è vero che si emerge dal labirinto solo se vi si rientra, poiché l’esistenza, come espresso in Le Moire, è un nodo gordiano senza testa né coda: 

Un plesso inestricabile il mio labirinto eternamente sarà!?

Cloto ha filato lo stame del mio labirinto,

Lachesi lo ha svolto sul fuso,

Atropo, con lucide cesoie,

inesorabilmente, finalmente,

senza dolore, lo reciderà!

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In alternativa alla morte, il nuovo Teseo montacchesiano offre due soluzioni (che sono peraltro quelle proposte dalla pièce Labirinto Zero di Massimiliano Badiali, Manifesto eziologico del Labirintismo), rappresentate dall’arte e dalla fede, come leggiamo in She’ ar Harahamim:

 

Il mio labirinto

cimento ch’ io

argonaut’ errabondo

non oggi Tesèo

affrontar devo

prim’ ancor d’ approdar alle sponde della

Gerusalemme Celeste.

 

Per Mauro Montacchiesi, il D’Annunzio del Labirintismo: “L'arte è il filo d'Arianna che permette l'esodo dal labirinto: è il labirinto zero” (Massimiliano Badiali Manifesto del Labirintismo), come leggiamo nella poesia Nell’essenza del nulla:

Sentire

la vacua deflagrazione pristina alla genesi

dell’ indistinto

dello zero in cui è celata ogni probabilità

del non identificato

dell’uovo cosmico

che racchiude l’ermafrodito.

 

La silloge di Mauro Montacchiesi incarna in toto la Weltaschauung del Labirintismo che propone l’avventura del labirinto che diviene la storia di chi torna a galla dal dedalo della personalità e diviene consapevole del proprio inconscio:  “Labirintismo perché? Ascrivo al Labirintismo un’ ermeneutica esistenziale! Lo contemplo come una mia istanza inderogabile di approdare AD IMA FUNTAMENTA, ovvero ai miei più imi precordi, là, nell’ ostello dei miei sentimenti, delle mie emozioni, con l’auspicio di far luce tra i meandri del mio intricatissimo plesso interiore o, paradossalmente, da esso trarre luce da portare in superficie” (Mauro Montacchiesi, Manifesto del Labirintismo),

Weltaschauung di una fitta trama simbolica, che, a tratti inconscia, ma per lo più intellettualistica, carica le pagina di un alone orfico e anamorfico, nonché di una misteriosa capacità di comunicazione e di una quasi medianica lettura dell’invisibile.

                                                prof.  Massimiliano Badiali

Ideatore e fondatore del Labirintismo

Presidente Onlus Mecenate di Arezzo