Le Nuvole

1998

 

Quello che ho soprannominato nuvole il momento di prova, nient’altro che il colloquio di un io col buio o un soliloquio disegnato nel buio, dove confuse idee diventano parole e dentro le parole mi sono mosso, mentre esse correvano via.

La memoria mi ha comunicato ricordi ed immagini disperse nel vuoto e il mio sangue…ed ho sentito di vederlo con occhi interiori.

Ecco di nuovo tra il buio il mondo dai contorni vaghi ed indefiniti…tra crepuscoli scuri una dimensione osservata da occhi interni. Ed ecco che mi sento nuvola, i cui sogni non sono che lanterne invisibili e nascoste.

Una luce rilassata e calda illumina disegni, quadri e pellicole ingiallite…ho scoperto la mia storia tra il sipario immaginario nel buio. Si chiudevano porte ed altre s’aprivano fra mille luci e dal palcoscenico ecco delle maschere dallo stesso volto e dannate, stessi occhi e stesso sorriso….et diversa del medesimo autore della commedia.

Palcoscenico in penombra, scricchiola, dietro finestre socchiuse, tende leggere, mosse dalla brezza estiva…raggi di sole e giochi d’ombra…e una sedia a dondolo sulla destra si muove sotto la spinta di mani invisibili…un carillon si apre e si chiude…un mappamondo gira da solo …tasti d’avorio intonano lander dolci e soavi…di l porte chiuse, un filo di luce all’interno, altre porte piccole: dentro la luce mobile delle candele.

Di fronte la realt sparita…sento un profumo d’incenso e bosco. Il bosco rievoca il passato e me stesso nel buio. La mia storia di vecchie immagini. Ed esse non sono che le briciole luminose dei miei ricordi che corrono davanti ad un cespuglio disordinato d’idee.

Ed inizio a camminare su quel passato. Sento una chitarra che suona. La musica s’attenua… un lieve richiamo, materializzazione di un’immagine.

Vedo un ponte. Mi separano da l ventisei anni e pi. Ricordo…nuvole malinconiche e grida dalla finestra.

Ricordo il gioco al fiume con altri ragazzi, tra il leggero scorrere dell’acqua nella trasparenza…affogo il presente e scendo in quell’acqua, aggrappandomi alle pietre, al muschio ed alle radici delle vecchie querce. Gioco tra l’acqua del torrente, salto col cuore il cielo cavo, vicino alla collina…gocce pesanti sulla fronte, capelli bagnati.

Piove. Corro verso una casa circondata di rosa. Ma scompare.

Adesso ho tra le mani campanule di latte e neve bagnata di sole, pupazzi soffici e balocchi…ma odo l’odore di sangue incolore.

Le nuvole sono ridenti. Con gli occhi chiusi vedo il cielo di mezzogiorno. Sento una voce che parla di fiori e d’inverni passati, di scuole di legno e di angeli buoni.

Discendo al centro di un monte infuocato…sento vibrare i colpi del piccone di ferro che batte e martella, scardinando le rocce e rimbalzando nel mio sangue. Odo vicino a castagni d’ombra una cascata. Una strada.

Ballo tra onde di pace e respiro lamiere di cielo grigio. Gli alberi muti al subitaneo vento prendono voce: il vento fresco entra dalla finestra, come un’ombra nel cuore.

E sotto aghi di pino smorti. Di nuovo piove. Sento l’erba che mi scivola sulle ginocchia verde rapace di sangue…ed addosso il profumo selvaggio dei campi svegliati dalla notte di luna. Cado nel verde…ho in bocca sapore di resina e terra, aghi di pino sul mento e sulle guance c’ nebbia…la voce del mare in una conchiglia dentata d’avorio.

Le campane suonano, i gabbiani volano via. Hanno paura! Hanno paura. Restano sul molo se sono felici. Muoiono i pi.

E tra coperte di neve sferzati corpi tra le nuvole…e in quel teatro di luce ombre d’uccello, calvario di pace.

E scendo verso il basso, sospeso sul ciglio del baratro…sento il mondo entrare nel mio buio. Sogni e montagne non hanno lo stesso peso. Abito forse un intervallo di nuvole?

Ad ognuno la propria chimera… Uomini: arance verdi sospese in vuoti d’aria.

Adesso vedo me stesso come uno spettatore inerme seduto sulla penombra di un teatro solo per pazzi, ormai perversamente compiaciuto dello spettacolo.

Corrono davanti alle proprie ombre lapidi e lune di fuoco, campane martellanti e treni su ponti di pietra… un azzurro che sprofonda nel nulla. Volti sogghignano, mentre tu gemi!

Continuo a guardare nel buio e gli occhi della mente corrono indietro.

Mi ritrovo a Siracusa, nel respiro di pietra bianca, mentre il sole scende dritto sulle rovine pesanti. Erro mendico fra brandelli di ricordo ed embrioni di reminescenze.

Lacero e ramingo il pensiero s’inebria…ed polvere che sento nel brulichio del grande stagno.

Ritorna l’immagine ossessiva del sangue caldo e violenta della pelle come fonte nera e pozza acre.

Tra la nebbia una persona… gracile, le ossa nude sotto la lana rada. E’ piegata sulla schiena, contrattata e curva. Povera! e rannicchiata in un’urna di vuoto, non che lo spoglio arbusto. Un fiore ignudo in un immemore tramonto. Immagine lenta, dagli occhi ingialliti, che navigano intorno al marrone stanco, come gondole forate come melma davanti alla banchisa. Ha rughe e solchi simili ai rami di un albero triste, che ha perso la chioma sulla collina. Dalle braccia esili, rauchi prolungamenti di forze, con le mani gonfie e nodose anela la luce di un giorno nuovo. Lente e doloranti le ossa nascondono pugni chiusi, che non sanno pi liberarsi della notte.

Il buio avvolge l’eco di quei suoi passi fragili…le sue gambe deambulano fra la sabbia scura, le ginocchia si piegano al gelo del vento. E nel silenzio le mani non riescono ad immergersi in quell’Acqua, che scende dal suo collo come il sangue tiepido di un agnello da poco immolato. Ella si raddrizza, il busto convesso ed abnorme si deforma fino alle nuvole come un ponte verso il cielo. Gli occhi sorridono al passato, al caldo sole d’inverno, mentre la bocca si schiude come foglia secca.

Vedo altre sagome nel buio…passano i bipedi, i convinti coscienziosi, ben vestiti, ben pensanti, che non vedono e non sentono, figli e genitori di manichini strozzati.

Di l, ecco le bestie, coloro che hanno il cuore rotto, inzuppato di spazzatura. Le bestie restano al confine del mondo! Nei volti scavati vedo carceri, prigioni, letti marci, fango e i loro occhi pavidi ed innocenti. Il bipede li guarda con ribrezzo, convulsamente stregato.

Mendaci le nuvole, di passaggio noi e le stelle!

Sento una benda leggera coprirmi gli occhi, odoro il buio calore del sole nell’erba fresca appena tagliata, battuta da pugni impotenti.

Allora mi vedo in mezzo ai bipedi ed alle bestie, avido di spirito, assetato di vita…e ebbro dedalo dell’odissea dell’assoluta notte. E mezzo bipede e mezza bestia, anelo, crocifisso di ali, le nuvole, mendaci specchi e deformanti riflessi di vero! Di catene spesse soggiogato lo spirito affamato di dannata e vana ricerca d’assoluto. Ho bussato di nuovo alla porta con la testa insanguinata contro il cielo cavo, scendendo dentro la miniera sporca di carbone e bagnata di cadaveri…diamanti e polvere bianca.

Quale teleologia nella pelle! Si, ho respirato ancora inferno e radici di fuoco nell’ultimo rauco grido, evanescente alla vocazione del silenzio.

Appare Firenze in una giornata di sole sotto un cielo sereno…nonostante la chiarezza delle immagini, distante ogni cosa…sembra la parvenza mascherata del simbolo celato in essa, quasi deforme sotto la grottesca luce di un folletto pazzo e spaventato, che crea e distrugge ci che vorrebbe amare. Padrone delle nuvole, che rade al suolo sogni e raggi di sole…

Nel vuoto si rumina e si ingloba tutto come atomo di sabbia…

Nel buio un teatro abbandonato, una luce forte, uno schermo gigante e dentro allo schermo un pubblico eccitato e convulso, trasparente come l’essenza della celluloide.

La massa in delirio, spinge le porte dei palchi, raggiunge quasi il palcoscenico, affamata di risate…paga affinch qualcuno si maceri per farla ridere.

Dalla luce bianca scende un clown, morso da un serpente muto….

sceso il clown dalla luce bianca al palcoscenico…dilaniano i pupazzi vivi storie vere camuffate dall’ebbrezza delle parole.

Ridono spesso.

Loro ridono e lui in fondo agli occhi, attraverso gli occhi degli altri, vede la vita che va e l’indeterminatezza del mondo…

sento una superficie bianca… mera parvenza di farfalle senza meta… di cieche monadi circonfuse di giallo, che s’illudono….come nuvole che filano su teste inadeguate.